Perchè Mulholland Drive è il film del nuovo millennio.

Agosto 2016: la redazione culturale della BBC riunisce 177 zelanti critici cinematografici e affida loro l’ardua impresa di collezionare i 100 titoli più significativi per il cinema del nuovo millennio. Loro ci pensano un po’ e rispondono che se ne dovessero citare solo uno, questo sarebbe Mulholland Drive. «Perché proprio l’unico film che nessuno ha capito?» pare di sentir gridare dal fondo della sala? Perché – vi risponderebbero forse i critici – qualunque sia l’interpretazione che se ne dà, non la si potrà mai fornire così bene con alcun strumento linguistico, a parole, a gesti, a equazioni matematiche, quanto Lynch ha potuto con il linguaggio cinematografico. Qualunque sia “la cosa che Mulholland Drive dice”, noi sentiamo di averla capita anche se non riusciamo a dire a noi stessi “che cosa” abbiamo davvero capito. E’ la stessa esperienza che abbiamo vissuto con Twin Peaks, ma al livello superiore. Un po’ come fosse un videogame, decifrare Mulholland Drive dopo aver fatto lo stesso con Twin Peaks è passare al quadro successivo, sapendo che bisogna superare questo prima di arrivare al quadro con il mostro, che è Inland Empire. Ma è sempre lo stesso gioco. E’ sempre lo stesso codice.
Seguitemi e vi dirò la mia. Nel ricordarvi che è pur sempre solo “una” interpretazione e che sarò lieta di riceverne da chiunque in alternativa, vi invito a valutarne se non la bontà, almeno la possibilità.

Spoiler Alert!

Per comprendere Mulholland Drive, a mio avviso, abbiamo bisogno di alcuni punti di partenza che ci spingono a rivoluzionare completamente il nostro processo di ragionamento. Siamo abituati a pensare in termini di spazio-temporalità: gli eventi in una vita si susseguono e si escludono. Una cosa succede prima o dopo di un altra, un evento si sviluppa in un modo o in un altro modo. Ecco la più comune interpretazione: la zia Ruth muore, lascia a Diane un piccola somma, Diane arriva a Los Angeles, ma non riesce ad avere successo. Se un regista si fosse innamorato di lei avrebbe avuto una parte in un film e sarebbe stata magari lei la protagonista di “Sylvia North Story”, non si sarebbe innamorata di Camilla, non sarebbe stata gelosa di lei, non l’avrebbe uccisa e quindi non si sarebbe suicidata. Causa-effetto. Se fosse possibile tornare indietro nel tempo e cambiare le cose si potrebbe prendere un’altra strada, ma questo è impossibile per il nostro sistema percettivo, che vive le esperienze in una sola direzione. Si può vivere le cose in maniera diversa nel sogno, ma quella è la dimensione che noi consideriamo “non reale” . La maggior parte delle ipotesi di lettura di Mulholland Drive prende in considerazione un continuum spazio temporale di eventi, all’interno del quale si inserisce un evento onirico che proietta lo spettatore in una nuova narrazione, separata e parallela. Ma l’unica realtà accettata è quella in cui Diane fa uccidere Camilla, sogna di avere una vita migliore,  e poi, sveglia e in preda a disperazione e sensi di colpa, uccide se stessa. Proviamo, con uno sforzo considerevole  ad abbracciare un nuovo punto di vista: la realtà non esiste. Cerchiamo la verità? La verità è l’insieme delle verità possibili. Per chi avesse visto Interstellar in cui è mostrata la miglior rappresentazione concepibile della quinta dimensione non sarà impossibile afferrare il concetto: “Tutto ciò che è è, ed è in una dimensione che potremmo associare idealmente alla figura del tesseratto.” Se tutto ciò che è, già è, la morte non è concepibile, poiché non c’è nulla che non è. Siete già stanchi, lo so, ma resistete ancora un po’, giuro che diventa divertente. Avete mai sentito parlare del nastro di Möbius?
nastro di MobiusPrendete un nastro, ora chiudetene le estremità in modo da creare un cilindro. Immaginiamo un omino che cammina sul lato esterno del cilindro. Egli, per esempio Diane, non ha percezione della circolarità del suo percorso, né della presenza di una “faccia alternativa” del suo cammino su cui si muove il suo doppelganger, per esempio Betty. Inoltre ciascuno compie un percorso circolare, credendo invece di star vivendo eventi che si svolgono linearmente. Vi ricordate di quando già nell’analisi dell’episodio pilota di Twin Peaks vi ho fatto notare di come la prima scena della serie che si svolge al Double R è uguale, ma non è la stessa, all’ultima scena che si svolge al Double R, nell’ultimo episodio della seconda stagione? Tutto si ripete, ma i protagonisti non percepiscono la circolarità del percorso, che è già segnato. Se il nastro di Möbius non avesse due ma infinite facce, un osservatore esterno vedrebbe nel complesso muoversi tutti i Dale Cooper possibili in uno stesso momento, più i loro doppelganger, e nessuno di questi percepire la presenza degli altri. A questo punto però si pone un quesito: tutti i Dale possibili hanno un’unica coscienza? Ne parliamo dopo. Dale non può non restare intrappolato nella Loggia, questo è il suo percorso, ma allo stesso tempo, da dentro la Loggia invita Laura a scrivere sul suo diario, mentre lei è ancora in vita e quindi lui ancora non è a Twin Peaks. Ecco la quinta dimensione: Dale è già nella Loggia, ma Dale è anche appena arrivato a Twin Peaks. Se proprio abbiamo bisogno di determinare la dimensione temporale a questo percorso circolare l’unica frase che ci può aiutare è : succede tutto nello stesso momento.  Ancora una scena importante di Twin Peaks ci aiuta a capire qualcosa di Mulholland Drive: Philip Jeffries, nella sua apparizione a Gordon Cole, non sappiamo bene come, ha la possibilità di essere osservatore esterno, così per lui il Dale fuori dalla Loggia non è il “buon Dale” che ancora non sta indagando sull’omicidio di Laura. Se per un incidente uno dei percorsi subisse uno strappo, se il nastro “fosse tagliato” e nel ricucirsi si girasse su sé stesso, questo osservatore esterno potrebbe vedere  Dale nella condizione di camminare sul lato opposto a quello su cui ha camminato prima dello strappo, senza che Dale abbia tuttavia coscienza del cambiamento. Qui, potrebbe forse incontrare una versione aletrnativa di sé? Per chi guarda dall’esterno non c’è un percorso “reale” e uno no, lo sono entrambi, o, come nella quinta dimensione, lo sono tutti. Vi faccio notare che il nastro di Möbius è il simbolo dell’infinito. Ricordatevi questo simbolo perchè in Mulholland Drive compare proprio sulla porta del Club Silencio quando Diane e Betty vi entrano.
C’è un secondo punto di partenza a mio avviso perchè si possa procedere alla lettura di Mulholland Drive, e stavolta dalla fisica ci spostiamo al piano metafisico: il concetto di anima. Cosa è un anima? Un assioma, ovviamente: in molte religioni, tradizioni spirituali e filosofie, è la parte vitale e spirituale di un essere vivente, comunemente ritenuta distinta dal corpo fisico. Passatemi le terminologie improprie e riuscirò a scrivere una frase comprensibile: se esistono tanti omini quanti percorsi sul nastro possibili, quindi infiniti, l’anima legata a tutte quelle possibilità di esistenza è una o infinite? Assecondando le religioni possiamo dire una. Ed ecco perchè Lynch ci pone davanti al cinema come migliore metafora per spiegare questo concetto. Un attore è una persona, un anima. Ma quanti ruoli egli può interpretare contemporaneamente? Il personaggio che impersona vive di vita propria, ha un suo percorso e mentre egli sta recitando l’immedesimazione è tale che la sua coscienza percepisce la vita del personaggio come propria, quando in realtà è un’illusione. Così come un regista guida l’attore e sceglie a quale attore affidare quale ruolo poiché ha una visione d’insieme, da “osservatore esterno”, chi fosse osservatore esterno dell’insieme infinito di dimensioni all’interno del quale le anime si muovono, potrebbe deciderne i ruoli, le connessioni e i percorsi. Avete afferrato la metafora? Se esiste un regista,  potente a cui “vendere l’anima” egli, per mano di mandanti che possono operare tra le diverse dimensioni possibili, farà sì che i ruoli siano assegnati a chi ha pagato, che l’anima viva l’interpretazione di uno o dell’altro film. Non importa con quale corpo, poiché il suo corpo, come l’immagine di un protagonista sullo schermo è un’illusione. E’ tutto registrato, è tutto già scritto, è solo un film di cui gli attori non hanno coscienza. E nella liberazione d’energia che deriva dalle loro emozioni mentre eseguono pedissequamente sempre lo stesso percorso circolare, esso, il male, rafforzerà la sua presenza nell’Universo. Fantasioso? Non più di quanto lo sono molte religioni, in fondo. Sì, forse con Mulholland Drive Lynch fonda una religione. Mulholland Drive è l’Universo visto da Dio, e in quest’assurdo tentativo di prospettiva Lynch ci vuole mostrare come quell’ “osservatore esterno” vede i percorsi delle anime muoversi su infiniti nastri di Möbius.
Questi sono stati i miei punti di partenza nel decifrare Mulholland Drive. Ora vi invito a guardare con attenzione la prima sequenza del film: è fondamentale poiché ci mostra subito l’insieme di tutte le realtà possibili, catturate nella loro assurda interezza (non si può avere l’intero di qualcosa infinito, lo so, ma sta diventando difficile parlarne) da un osservatore esterno.

L’evento è la gara di jitterbug vinta da Betty/Diane. Ma quella gara in che anno avviene? In tutti gli anni, in un tempo infinito, in cui infinite coppie gemelle, per ogni coppia di anima, si muovono contemporaneamente. Dal lato opposto del nastro le loro coppie doppelganger, rappresentate delle ombre, infinite anch’esse. Le movenze di quella danza sono ripetute di continuo da coppie che si alternano tra lo sfondo e il primo piano. Ciascuna di esse sembra non percepire la presenza delle altre, né della propria ombra. Fissate il tizio con la camicia rossa che a 0:31 batte mani senza compagna. Ora guardate un po’… quanti ce ne sono? E’ sempre lui, ma ogni volta “recita” un passo diverso. Inoltre non si accorgono che tutta la scena si staglia su uno sfondo in “croma key”, la tecnica usata per poter inserire un’azione in un contesto scenografico che cambia a seconda delle esigenze. Il croma key è un’illusione. Il mondo è un illusione.

Quando penso a Lynch penso alla bellezza di questa sequenza e mi dico che solo lui poteva scegliere di usarla in un film addirittura prima dei titoli di testa. La spiegazione di Mulholland Drive è tutta in questa sequenza, che sottintende un’altra questione fondamentale: chi è il regista di questa danza illusoria? Pensateci. Prima però una cosa detta tra noi,  tra me, che sono Diane, e voi che siete seguaci e profondi conoscitori del  mondo di Gordon Cole: secondo voi, avrebbe mai potuto usare un’argomentazione cinematografica banale come quella della narrazione onirica? Suvvia, siamo seri. Pensateci: avrebbe mai dato in pasto a critici, esperti, giornalisti, fans, spettatori occasionali  un film di così semplice lettura? Anzi, non semplice: lineare piuttosto. La risposta è no, non l’avrebbe fatto mai. Gioca quando fornisce i 10 indizi, ma perchè sa che non verrà preso sul serio. Invece gli indizi sono davvero pregnanti. Solo che dimentica di dire come vanno accolti. Non è l’intelletto che aiuta, non la logica,  ma l’intuito. Noi, davanti al codice di Gordon, siamo Dale davanti al mondo. E’ quando le cose non ci sono chiare, quando non riusciamo a riordinarle in un principio di causa-effetto, ma intuiamo comunque la risposta, che siamo sulla strada giusta. Allora, via la logica e subito la domanda fondamentale: di cosa parla Mulholland Drive?

Rispondetevi con una frase non più lunga di una decina di parole.

Ecco la mia riposta, siete pronti?

Mulholland Drive parla del patto con il diavolo. Fine.
Come lo intuisco? Queste simpatiche figure demoniache mi pare possano essere abbastanza calzanti.

Non è sufficiente mettere un paio di immagini a supporto di una teoria. Il fatto che queste immagini nella sequenza siano corredate dal fumo, può aiutare? Nemmeno dire che il cowboy ci fa intendere che la carrozza, o la mandria se volete, la guida lui? E queste corna?

Secondo me, alludere a un paio di corna (riflesse) sulla testa di questo signore è un buon indizio. Chi è lui? Azzardiamo un’ipotesi: uno degli appartenenti a una sorta di “clan” che si occupa di fare in modo che le cose vadano come qualcuno di “superiore” ha deciso? Ne parliamo dopo. Ora tagliamo corto sull’assunto di base, però: ecco l’immagine definitiva.

Il palo (dell’elettricità, casualmente) riporta un volantino con su scritto “Hollywood is Hell”. E qui si chiude la dissertazione sull’argomento “Di cosa parla Mulholland Drive”. Mulholland Drive è la strada che guarda Hollywood dall’alto. Il luogo dell’incidente è il luogo da cui si ha la vista d’insieme (un privilegio che spetta a chi è fuori dalle scene) sul mondo in cui i sogni diventano realtà. Hollywood è l’illusione in risposta a chi cerca il successo, e quell’illusione è in realtà la perdizione, l’Inferno. La risposta al patto con il diavolo è ovviamente l’Inferno. Metafora? Forse. Ma in un modo o nell’altro questo leggendario “Patto col diavolo” è ciò che Gordon, cioè Lynch, ci vuole raccontare. Ora si pone una questione: come fa a conoscere la dinamica di questo patto? Non la conosce probabilmente , è solo la sua opinione di come avviene. E quindi, la prima cosa che fa è darci la sua opinione sul dilemma fondamentale: cosa succede dopo la morte? Riformulo: cosa succede dopo la morte di uno dei corpi legati all’anima? Ancora più nel dettaglio: cosa succede dopo la morte di uno dei corpi legati all’anima che si è venduta al demonio? La prima riposta l’abbiamo già avuta con il jitterbug: nulla. Si continua a vivere, a danzare. Su altri percorsi che esistono già. Se però sei all’inferno continui a farlo in un ciclo infinito di percorsi, che, appunto, all’osservatore esterno appaiono come contemporanei, perchè dove non c’è interruzione, non può esserci sequenzialità. La vita del dannato dopo la morte è una vita da prigioniero inconsapevole. Cosa apre la chiave blu? Le porte dell’Inferno, nel quale capirai di essere solo quando ti troverai al cospetto del Mago al Club Silencio. La chiave blu in Mulholland Drive è l’equivalente dell’anello in Twin Peaks. E quando trovi la chiave blu davanti a te, è tutto finito, non hai più scampo. C’è una cosa che è importante da capire per abbracciare questa teoria: il diavolo può giocare solo su percorsi che esistono già. Come in un film, i copioni già ci sono, gli attori, cioè le anime, sono quelle. Le scene sono sempre le stesse, ma lui può cambiare ruolo agli attori. Può andare avanti e indietro, da un tempo all’altro, da un percorso all’altro, ma si deve muovere su cose che già sono stabilite. Quindi la macchina che sale sulla Mulholland Drive ha la stessa targa, è quella stessa macchina, porta a una festa la stessa anima, ma magari quell’anima viene percepita dall’esterno e percepisce se stessa con un aspetto diverso, e magari l’intento dell’autista è diverso. Riflettiamo su questo: se l’anima è una sola, ma sono infinite le sue esperienze contemporanee, la morte ovviamente non esiste, così come non esistono i desideri soddisfatti, né la vita perfetta, poiché la vita perfetta che desideriamo già c’è, su altro piano, su un nastro diverso… ma c’è. Andiamo avanti. Per agire su qualcosa di “terreno” (anche se il termine è improprio) al demonio occorre qualcuno di “terreno”. Ed ecco che i suoi seguaci, o le sue diverse manifestazioni se vogliamo, sono esseri terreni che, riescono a muoversi sfruttando l’elettricità. I punti di “aggancio tra un mondo e l’altro” sono le lampade rosse. Credo che Gordon qui stia un po’ giocando. Avrebbe potuto scegliere qualunque altro elemento del codice per far passare il concetto di “punti di collegamento” tra un percorso e l’altro. Ha scelto le lampade. Le lampade rosse che esistono nei diversi mondi sono il punto di raccordo necessario a switchare tra un percorso e l’altro. C’è poi chi, tra gli adepti appartenenti al clan è “più in alto” e ha ruoli più importanti, come quello del “risolutore di problemi”, il cowboy. Perchè un cowboy? Il titolo del film citato come momento d’incontro tra Diane e Camilla, “Sylvia North Story”,  è ispirato a un racconto pubblicato nel 1923 sul Munsey’s Magazine, a firma di un certo Jack Whitman e intitolato The Irony of Fake.

Nel racconto la protagonista è una semplice segretaria che desidera diventare una stella del cinema. Notata da un fotografo ha la sua grande occasione e si ritrova a confrontarsi sul set di un film western con una stella del cinema già nota, che vince il provino a cui lei stessa aveva preso parte,  e un cowboy navigato, di cui si innamora. Svelandosi immatura come attrice, viene consolata dal cowboy che le racconta di non essere un vero cowboy e di aver imparato le arti del mestiere semplicemente interpretando quel ruolo. Il titolo “L’ironia del falso” è quanto di più calzante per svelare l’illusoria natura di Hollywood e della vita stessa: siamo attori e recitiamo una parte, ma nulla è reale. Ora il nostro problema è che trattare un simile argomento dal punto di vista cinematografico, significa dover per forza rinunciare al montaggio. Dobbiamo rinunciarci noi così come ci ha rinunciato Lynch. Tentare di montare le singole scene di Mulholland Drive è un’impresa sbagliata. Dobbiamo prenderci le singole scene così come sono, perchè tutto succede contemporaneamente. Ma se proprio volessimo trovare un punto di partenza, solo per facilità nostra, potremmo partire dalla morte della Diane sventurata.  Siete pronti ad entrare al Club Silencio? Troverete questa interpretazione un po’ fuori moda, forse vi sembrerà folle e vi farà ridere. Ma credetemi: è l’unica che possa convincermi.

La prima morte (nella narrazione cinematografica) è quella che segue il patto col diavolo. Lynch non ce la mostra, ma se siamo attenti, subito dopo il jitterbug  sentiamo Diane spirare sul suo letto. O meglio la sentiamo sniffare. Nel percorso A dell’anima Diane/Betty/Camilla la protagonista  è infelice: non ha avuto una grande infanzia, non ha molto talento, ama una donna che non la corrisponde, ma soprattutto è l’unica a non avere successo in un mondo in cui tutti fanno brillare la propria stella. In quel mondo lì gli altri hanno accettato di sottoscrivere un patto. Persa nel confronto infelice col mondo delle stelle, accetta infine anch’essa, e contatta qualcuno che possa farla diventare Camilla.  La stessa anima, ma nel film, nella vita di Camilla. Cede anche lei. Entrata nel mondo in cui tutti i protagonisti partecipano al grande gioco di illusione diabolicamente concesso a chi ha già stilato il patto, come si vede dal party, in cui appare come un’aliena perdente, a un certo punto non ne può più e cede, richiedendo il patto essa stessa. La mia anima in cambio dell’amore di Camilla, del successo come attrice, dell’accettazione nel mondo dorato di Hollywood. Presto fatto. I soldi non sono mica per il diavolo, sono solo per la mano che al diavolo occorre. Può interferire nel percorso solo se altri, che vivono quei percorsi, “aggiustano” gli eventi. Lui si limita a fare i “pacchetti con dentro la scatola blu”. A questo punto il percorso A si interrompe per sua volontà, ma se lo volessimo immaginare continuare,  per le tre settimane successive del percorso A, Diane sarebbe morta, di overdose probabilmente, e ancora nessuno l’avrebbe trovata poiché ha cambiato appartamento. La stanno cercando alcuni agenti, corrotti e seguaci del demonio, poiché dopo la sua morte l’anima si è in parte smarrita.  Nel percorso B della stessa anima la protagonista è ora la bella e di successo Camilla. La Camilla nella macchina dei titoli di testa è l’anima Diane/Betty/Camilla. Questo non è difficile da immaginare: avete presente quando in un sogno c’è una persona che noi sappiamo essere qualcun altro da quella che ci appare? Ecco, quella nella macchina che noi vediamo come Camilla è la stessa Diane che nella sua vita infelice è morta di overdose, accettando il patto col diavolo, ma in quella vita è la star che aveva desiderato essere. Tutto quello che precede il momento in cui è nella macchina su Mulholland Drive è la sua vita. Lynch non ce la fa vedere, ma non è importante. In quel momento la sua consapevolezza è di avere una vita di successo. E’ tuttavia arrivato il momento di pagare il conto e magari ricominciare daccapo nell’infernale vortice di percorsi circolari ai quali l’anima è imprigionata. Pochi minuti prima di essere su quella macchina qualcuno le aveva telefonato, perchè lei ha un telefono sotto una lampada rossa ed era passato a prenderla. Come da copione. Come nella vita in cui era infelice. E’ così che i sicari del demonio sanno come muoversi, conoscono i punti di raccordo.  Tuttavia, accade una cosa  assai improbabile: un incidente. Uno strappo sulla trama, un taglio e di colpo il nastro si richiude nel modo sbagliato (nostro di Moebius) e l’anima Diane/Betty/Camilla viene catapultata su un altro percorso. La zia Ruth è su questo percorso e sta per partire per girare un film. E’ necessario intervenire nuovamente perchè “La ragazza non è stata ritrovata”. E quindi bisogna ripetere “Lo stesso” meccanismo. Ma stavolta stando più attenti. Serve qualcuno che torni indietro, impedisca all’ufficio di Ed di agire come comandato, prenda l’agenda dei numeri e si inserisca a lavorare al suo posto. Così quando Diane vorrà sottoscrivere il patto, la soluzione non sarà un’overdose e il raccordo non sarà la telefonata per salire sulla macchina, ma un colpo di pistola, per l’avvistamento di “fantasmi” (probabilmente del suo passato). Il cowboy, che si muove tra i percorsi “aggiustando” le cose, e che interviene solo quando è necessario risolvere un problema,  sveglia Diane dall’overdose, poiché in quelle tre settimane Diane era davvero morta nel percorso A. Compie una magia, ma non è difficile compiere magie all’interno di una verità che è tutta un’illusione. A quel punto il percorso B potrà ricominciare col suo arrivo a casa di Zia Ruth (persa anch’essa nel circolo infernale della ripetizione di una stessa nuova vita senza sbocco), potrà diventare famosa, e soprattutto incontrare il suo doppio sbagliato, il quale così capirà di essere finita all’inferno, restituendo l’anima smarrita la legittimo proprietario. Betty sparisce dalla sua vista e improvvisamente sparisce anche lei poiché entrambi i personaggi saranno ricongiunti nella ripartenza del percorso B , che stavolta è tutto di quella che a noi appare come Betty.  Silencio, giù il sipario e si riparte. In questa spiegazione c’è una cosa da capire: l’anima è una sola e i percorsi non sono che i diversi personaggi che si trova a impersonare. C’è una morale di base quindi: un’anima ceduta al demonio, lo è in ogni sua manifestazione. In ogni vita, tra le infinite vite possibili,  essa è compromessa. Il paragone con Twin Peaks è quindi inevitabile: nel momento in cui Dale cede la sua anima al male, non esiste più un “buon Dale”, poiché qualunque sua manifestazione è inevitabilmente già venduta. E’ una visione dell’universo che non concede speranza. Ecco perchè Mulholland Drive è il film del millennio. In un tempo in cui tutti sognano di essere la stella più brillante del firmamento, non è difficile per il male stringere i patti che lo porteranno a regnare indiscusso. Il Club Silencio si sta popolando a vista d’occhio. Laura e Ronette sono già lì.

Vi è tutto chiaro?

Lo so, no. Provate a riguardare adesso Mulholland Drive, dopo aver letto più di una volta la mia interpretazione.

C’è una cosa più delle altre che mi ha convinto a ripudiare l’interpretazione classica.
Non sentiamo mai a Diane chiedere a qualcuno di uccidere Camilla. Avete forse sentito la frase esatta: “Uccidi questa donna”. Porge una foto e dice «E’ lei la ragazza.» Sì, è Camilla, ok. Ma che ci doveva fare con quella foto? Quando Diane fa la sua richiesta in cambio di soldi, a chi la fa? Ad un tizio che aveva ucciso pur di appropriarsi di un’agenda nera. Cosa c’è nell’agenda: “la storia del mondo in numeri di telefono”. Se una cosa sembra essere sottintesa in un film di Lynch, di certo non lo è. Il gioco è farci crede che Diane voglia uccidere Camilla, ma chi lo conosce sa che quando ci vuol far credere una cosa, allora intende l’esatto contrario.

A qualcuno magari questa spiegazione sarà sufficiente. Qualcuno sorriderà, chiuderà questa pagina e cercherà altrove interpretazioni più abbordabili. Ma se avete tempo e volete approfondire, riguardate il film seguendo questo mio filo di Arianna.

Noterete che la tazza di caffè da cui beve la Diane rediviva, quando cioè il suo destino di dannata si è già compiuto sarà la stessa tazza da cui bevono tutti i dannati del Winkie’s. E’ un piccolo dettaglio, ma non vi sfuggirà stavolta. Noterete che Coco è vestita allo stesso modo, poiché lei è una delle custodi dei dannati e quindi appare sempre allo stesso modo, sia nel percorso che si svolge  al “presente”, se consideriamo il presente come i giorni di disperazione di Diane alla festa di fidanzamento di Camilla, che nel “passato”, poiché se la zia Ruth è ancora in vita, il tempo per come lo conosciamo non può essere lo stesso dell’arrivo di sua nipote ad Hollywood. E capirete che Rita è un’anima smarrita sul nastro di Möbius poiché nel suo percorso essa assiste all’arrivo di Betty, ma va a cercare Diane quando essa è già morta da settimane sul letto dell’appartamento al numero 17.  La sua presenza è un errore che va risolto: è finita nella storia sbagliata. In questa storia  la parte è stata assegnata sempre a  Camilla Rhodes, ma qualcuno si è operato affinché stavolta la parte di Camilla Rhodes fosse assegnato a un’altra attrice, anche essa già dannata poiché complice, con un bacio, della Camilla che Diane ha conosciuto e amato quando ancora non faceva parte di quel clan. Inoltre se Betty non fosse dovuta correre da lei avrebbe conosciuto meglio il regista, si sarebbe innamorata di lui, avrebbe avuto un ruolo importante nel film e sarebbe diventata una star. Cosa che succederà al secondo tentativo, quando Rita sarà assorbita dal personaggio di Betty, e l’anima Diane/Betty/Rita tornerà a ricongiungersi nell’insieme dei percorsi che tuttavia portano in un solo luogo: il Club Silencio. Il luogo dove un mago chiarisce il punto: è tutto già deciso, è tutto registrato, chi canta con splendore la sua canzone può anche morire, la canzone continuerà. Noterete poi affinità con la storia di Rita Hayworth, dall’infanzia  segnata dal padre andaluso (Io nunca fui con Luigi a Casablanca…), persa nell’infelicità del suo destino hollywoodiano. Noterete che lo squillo dei telefoni è sincrono all’intrecciarsi dei percorsi e che il presentatore di Rebekah del Rio è il proprietario dell’hotel dove si rifugia Adam Kesher. Ma vi resteranno almeno due domande fondamentali: cosa è la scatola blu e chi è la donna con i capelli blu.

La scatola blu è la porta dell’inferno, perchè, in una simbologia che abbiamo già approfondito in quest’articolo rappresenta Saturno. Leggetevi l’articolo relativo e avrete le stesse risposte che valgono per Twin Peaks.

La donna dai capelli blu resta il nostro mistero. Teniamocelo così.

Una sola ultima questione mi appassiona: il fatto che Gordon/Lynch abbia voluto dare alla protagonista il  mio stesso nome. Forse il mio ruolo in questa vicenda è più importante di come Gordon ha sempre voluto far credere. Ma Dale lo sa. E adesso anche voi.

Shhh. Silencio.

5+

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  4. Chiara

    Vado a rivederlo con questa chiave di lettura, sono sicura che ne trarrò molte riflessioni rispetto alla prima visione , di tanti anni fa. Anzi: mi rendo conto di non aver proprio capito Lynch fino a qualche mese fa. Non che adesso io pensi di averlo capito, non ne avrei mai la pretesa, ma il mio approccio alle sue opere in generale è molto diverso. Inizio a ritrovare collegamenti, simboli lasciati come mollichine, segni, chiari riferimenti ad un discorso molto più ampio, che lui pare avere chiarissimo sin dall’inizio, che collega come un filo invisibile, che poi a volerci pensare mica tanto invisibile, tutti i suoi fil e gran parte della sua produzione in generale, non dico tutta perché mi mancano ancora dei pezzi. Inizio a pensare che sia davvero un genio, non per quello che ci racconta ma per come lo raccontar e lo fa in questo modo sensazionale. Come un moderno Leonardo Da Vinci. E non parlo delle sciocchezze alla Dan Brown, ma di quello che inizi a scoprire quando ti metti in mano un libro serio di Storia dell’Arte, e di Simbologia delle opere D’arte. E’ un linguaggio a parte, vero e proprio, che cammina pari passo al linguaggio tradizionale e che si serve del linguaggio tradizionale per raccontarci tutt’altro. Non sarebbe Lynch il primo, e non c’è nulla di cui stupirsi. La cosa sublime è che lo fa attraverso delle immagini cariche di poesia, attraverso un sarcasmo che riesce a strapparti una risata anche nei momenti più impensabili, e con una libertà artistica che fa invidia. Credo che per quanto riguarda Lynch tu stia facendo un lavoro eccezionale di decifrazione del codice. Possiamo accettare o meno le teorie a volte estreme ( ho letto alcuni approfondimenti in queste pagine che mi hanno tenuta sveglia la notte dall’inquietudine che hanno suscitato in me, e non è necessariamente una cosa sbagliata) ma io voglio farti i complimenti per il lavoro di analisi e di studio che c’è dietro a tutto questo. è quanto di più notevole si possa trovare in giro al momento, e te lo dice una persona che guarda e bazzica tanti siti e forum, che legge critiche e quant’altro…e credimi, quando sono approdata su questa pagina ho tirato un sospiro di sollievo. FINALMENTE qualcuno che legge l’opera e si sforza di capirla, e non solo una sequela inutile di riassunti di trame e commenti tipo “bella puntata” “puntata noiosa” “secondo me succederà questo”, approdare qui è come trovare un’oasi in un deserto. Scusa la lunghezza del discorso, è un pò che ti leggo e solo adesso trovo il momento per scrivere qualcosa. Corro a vedere Mullholland Drive.

    • Diane dell'FBI
      Author

      Chiara, grazie a te per questo commento. Credimi, non sai che conforto. In questi giorni sto vivendo la mia “lettura” con un po’ di frustrazione. Questo “The Return” è meraviglioso, per chi sa sbirciare attraverso “il codice”. Terribile per le cose che dice, divertente per il modo sottilissimo in cui lo fa. Mi terrò l’analisi per la trattazione a fine stagione, in modo da tirare le somme dell’intero codice, che tuttavia per me è già abbastanza chiaro. la cosa divertente è che in queste nuove puntate Gordon inserisce anche la cifratura del codice. Cioè in una puntata magari inserisce il simbolo, nella puntata successiva, sullo sfondo inserisce la spiegazione di quel simbolo. Ora visto che tu mi parli di “uso singolare del linguaggio” voglio segnalare a te, prima che agli altri, una nota importantissima nell’episodio 12. Audrey è sposata con uno strano uomo.. sempre che lo sia realmente e che non stiamo assistendo ad un suo sogno (ma non ci importa la trama). Quella figura così particolare è chiaramente Humpty Dumpty. Alice incontrò Humpty Dumpty nel suo viaggio “attraverso lo specchio”. Qui Lynch si ricorda di un’importantissima segnalazione di Kubrick, che scelse per Nicole Kidman, proprio il nome di Alice, per parlare del “viaggio attraverso lo specchio..e quel che Alice vi trovò”. Nel romanzo di Carroll Humpty Dumpty insegna ad Alice una cosa fondamentale sul linguaggio: “Quando io uso una parola, – disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, – essa significa esattamente ciò che io voglio che significhi…né più né meno. – Qui sta il problema, – disse Alice – se voi potete fare si che le parole significhino cose differenti. – Il problema è, – disse Humpty Dumpty, – chi deve essere il padrone…ecco tutto. ” Ecco il codice è il codice di Gordon. Lui sa cosa significa. La scenetta con la donna in francese. Diane con le due dita che dice “Let’s Rock”. La scenetta a tre con Tammy che si mette in posa mentre Gordon e Diane parlano di sigarette. Per decriptare il codice bisogna intuire il significato dei simboli e scoprire, con il tempo, che alcuni, vengono usati da tempo immemore da un’elite che spera di non essere mai compresa. Ma questa cosa per noi è chiara. Vaglielo a spiegare a quelli che ancora stanno a ricamare su che fine ha fatto Donna Hayward e quando Cooper tornerà in sé. Grazie ancora e a presto.

  5. Stefano

    “Diane, ho appena consumato un’ottima cenetta e devo dirti che se capiti dalle parti di Mantova devi assolutamente provare…” 🙂 Ehm, mi sembrava giusto, in tempi di Ritorni, scherzare un po’. Detto questo, volevo farti i complimenti per questo sito che hai creato, e per la passione che emanano i tuoi articoli. Ci voleva. Davvero. Mi riprometto di leggere molte più cose di quante non abbia già fatto. Specialmente su “Twin Peaks The Return” (ma solo a visione ultimata). Ho trovato alcuni spunti molto interessanti su Mulholland. Anche se la mia interpretazione rimane abbastanza diversa, concordo che il tema del Male sia centrale. Mi riprometto di scrivere, più avanti, qualcos’altro su questo film. Ora vorrei solo citare una frase che, secondo me, ci dà una chiave di lettura. Quando Diane, verso la fine, durante la festa nella villa di Adam, racconta di sé dicendo più o meno che l’aver vinto la gara di jitterbug “MI HA SPINTA…” poi si corregge: “CIOE’, HO DECISO DI FARE L’ATTRICE”. Questa contraddizione ci dice che Diane, in realtà, non “ha deciso”, ma “è stata spinta da qualcosa” a imboccare quella strada. La brama di inseguire un sogno totale di successo (magari per evadere da una vita squallida) reca in sé inconsapevolezza e illusione. I vecchietti che appaiono in sovra impressione accanto a lei nella sequenza iniziale, sono demoni che appaiono con il sorgere del suo desiderio bramoso. Demoni che non la abbandoneranno più (la accompagnano persino alla meta, dissimulandosi come compagni di viaggio fortuiti), e che alla fine riscuoteranno la vita di Diane votata al male (nel senso che è stata sprecata nell’inconsapevolezza e nell’illusione: il male più grande). OK, è solo un accenno. Impossibile parlare di Lynch in modo esaustivo, ma è sacrosanto che se ne parli 🙂 Ciao! Stefano.

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